peppino molina
Peppino Molina, per i tifosi di un tempo, il vero «mago dei poveri». Calciatore di talento, imprenditore, dirigente, direttore sportivo, allenatore. Ragioniere diplomato al Mossotti, classe 1922, Peppino non è personaggio di facile schedatura perché da sempre un prototipo. Sotto l’apparente scorza di duro emerge l’indole di un sentimentale facile alla commozione.
Inizia come attaccante nella Sparta del colonnello Patti diventando subito un leader. Esordisce poi nel Novara in serie B, ma vive le stagioni del successo in serie A con la Pro Patria di Busto Arsizio dove approdano diversi spartani: Antoniotti, Bonelli, Cavigioli ed altri ancora. In campo è lui che detta il passaggio con la sua riconosciuta intelligenza calcistica. Dalla Pro Patria al Legnano e poi al Parma e al Mantova.

Ma è a Novara, dove vive, che diventa partner del sodalizio vincente con Santino Tarantola. Fa la storia quando nel 1965 conquista la promozione in serie B con la squadra allenata da Franco Giraudo, forte di tanti giocatori novaresi: Volpati, Canto, Lena, Gavinelli e Bramati. I tifosi lo portano in trionfo, insieme al presidente.
Succede dopo che, solo qualche mese prima, era stato prima contestato e poi applaudito in una tumultuosa assemblea alla palestra della Pro Novara. Lì propose la costituzione del club dei «Fedelissimi». E’ un momento che segna una pagina importante nella carriera sportiva di Molina. Campione intelligente e caparbio, generoso, pronto a difendere ed aggredire. Allena anche la Biellese sfiorando una clamorosa promozione «scippata» dalla Pro Vercelli. Questo prima di rientrare a Novara, sempre a fianco di Tarantola.

Protagonista delle prime trattative di calciomercato al «Gallia» di Milano. I tifosi lo aspettano al bar Benevolo, l’università del calcio novarese, dopo mezzanotte per avere in anteprima le novità. Qui Peppino si mette in cattedra e spiega, riassume i movimenti della giornata. Si appassiona, discute ma non vuol essere contraddetto. Un piacere sentirlo parlare di calcio. Come quando lasciato il calcio attivo, senza spegnerne la passione, si accomoda in tribuna stampa. Qui, dopo cinque minuti ha già inquadrato la partita. Anticipa ai colleghi come andrà a finire. Indica quali sono i talenti da seguire e come si svilupperà il gioco. Il pelliccione bruciacchiato dall’immancabile sigaretta, il cappello a falda, quello che, in panchina schiacciava sul prato, quando le cose non andavano per il verso giusto.

Peppino è mancato il 17 agosto 2011 quando aveva 89 anni. Un mito che in molti rimpiangono ancora.